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Le persone sono luoghi

Premessa: Nei commenti a un mio vecchio post, qui sulla tavolata, Orsastella chiede notizie sull’apologo dei "ricci di Schopenhauer". Forse non l’ha trovato perché di solito si parla di porcospini; comunque, siccome a suo tempo su questo tema scrissi un post anche da me – sulle distanze tra le persone – lo riporto anche qui, nel caso Orsastella dovesse ripassare (e anche nel caso che la cosa – e chissà se è la Cosa – dovesse interessare a qualcun altro.   


Le persone sono luoghi. Meridiani e paralleli sono nomi e desideri, e ciascuno di noi è un punto preciso d’un reticolo di nomi e desideri, spazio e ricordi, tempo e intenzioni.” (invenzioni, manginobrioches – sacripante! n. 7)
 
Ci si chiede, nel racconto e ancora tra i commenti di Herzog, “se è solo da molto lontano che le persone si conoscono, e si possono amare, e quando ci si va dritti accanto sono solo una confusione di gesti e parole che soffoca
 
Io credo che sia vero, e non lo sia, allo stesso tempo. Come questa cosa sia possibile, non è dato spiegarlo, ma ognuno lo sa.
 
Forse perché non si ama che ciò che si conosce, e non si conosce veramente ciò che non si sente. Non con le orecchie, col cuore. E perché si percepisca il battito di un cuore occorre essere molto, molto vicini.
 
Forse l’intensità dell’amore è una formula complessa, calcolata su distanze e prospettive, e specchi che riflettono e rimpiccioliscono o deformano, forse la visione è personale, forse ognuno di noi, come i porcospini di Schopenhauer  ha una “propria” distanza di sicurezza anche – o soprattutto – nell’amore.
 
E questa varia non solo per noi, ma anche per le persone che ci sono accanto, si stringe o si dilata contemporaneamente – in tutte le direzioni o in una soltanto – e tutto questo lo fa costantemente, rispondendo agli stimoli di chi ci sta accanto. Non uno statico equilibrio, ma continui aggiustamenti, come se tutti noi fossimo ricci dagli aculei elastici.
 
A volte è la “velocità di marcia” che ci condiziona. Se ci avviciniamo troppo rapidamente, corriamo il rischio, davvero, di non riuscire a percepire più quello che ci ha fatto avvicinare, ma solo confusione.
 
A volte, invece, è proprio una questione di “sicurezza”. Io penso che ognuno di noi abbia uno "spazio privato" nel quale non vuole che nessuno, neanche la persona più vicina, possa entrare se non autorizzato. Non so agli altri, ma a me piace essere io a decidere quanto rivelare o no di me stessa, e non lo faccio mai completamente: ho bisogno di uno spazio che sia mio, e mio soltanto.
 
Questo significa, forse, che una vicinanza “eccessiva” rischia davvero di essere soffocante, di risultare in un’identità forzata (ma quale sia il limite “eccessivo”, ciascuno può deciderlo solo per sé).  
 
Malgrado ciò che ho appena scritto, capita anche a me, a volte, di voler capire, di "forzare un po’ la mano" a chi mi trovo davanti, specialmente se ho la sensazione che ci sia un dolore da lenire, o qualcosa da portare alla luce.
 
Per cui, se c’è un amico (bontà sua) che mi dice che "mi muovo con la leggerezza di una farfalla" ce n’è un altro (o saranno molti) che pensa che in realtà io sia più una "scavatrice".
 
Né l’una né l’altra, un mix di entrambe… chi lo sa? E in fondo, è importante saperlo?
 
Forse, infatti, è proprio la distanza residua, la capacità di scoprire cose nuove in coloro che amiamo, e di pensare che ne esistono ancora, che ci consente di amare. La sensazione di infinito, di non completo, di costruzione in corso. La curiosità.
Forse. O forse no.

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