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Il tartufo m’inebria. Non da sempre: ci sono gusti che richiedono tempo per affermarsi e per affinarsi ed è un bene che sia così. Si evitano gli sprechi. Se non la apprezzi appieno e incondizionatamente, sarebbe ingiusto ingurgitare una rarità che altri potrebbe deliziare.

Da piccolo non lo mangiavo, dunque, ma ne conoscevo bene l’esistenza, avendo goduto del privilegio di partecipare alla sua ricerca. All’epoca mio zio si faceva aiutare dal suo quadrupede preferito: Brio, un cagnone sicuramente di razza, sebbene non sappia quale. In giro per i colli dell’appennino romagnolo, proprio dove più si fanno irti, di pendenza e sterpi, mi si formò il senso della partecipazione a qualcosa di grande, d’importante, al di là dell’immediatamente comprensibile.

Dall’adolescenza in poi cominciai a considerare e poi ad apprezzare e venerare quel misterioso frutto della terra, da inalare e pregustare per poi trovarselo sotto i denti tra le tagliatelle fatte in casa o da provare a scaglie sulle uova fritte. Scaglie sottili da schiacciare tra lingua e palato lasciandosi invadere dall’aroma totale che titilla e sapientamente avvolge gusto e retrogusto.

Solo di recente, pochi anni fa, m’è ricapitato di andare a cercar tartufi. Al femminile, in dialetto romagnolo: la tartoeuffa. Così, di nuovo insieme a zio Aldo dopo qualche decennio, su a inerpicarsi, a sentirlo incoraggiare il nuovo cane, la bravissima e affettuosissima Folie: su veh, tróvla, oi veh, pórtmla, pórtmla. Era primavera, per cui trovammo il tartufo meno pregiato: la marzóla, ma per il palato fu ancora una volta festa grande.

Ieri in terra sabauda ho potuto encomiare un risotto tartufato degno della splendida barbera che l’annaffiava, ma la gola peccaminosa anticipa il piacere prossimo, giacché lo zio, fresco 77enne, m’ha mandato una pallina trovata l’altro giorno là, sui colli dove son nato.

    One Response

    1. Ecco dov’eri! E, udite udite, anche il mio cane si chiama Brio! Pensa le coincidenze…